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Folgore: "Noi non ci arrendiamo, mai!"

Maurizio Ferrario, a destra, con il presidente della Folgore, Idine Mocchetti


Tutto nasce da un post messo su Facebook all’indomani dell’inaspettata sconfitta subita dalla Folgore Legnano nel primo turno del girone di ritorno del campionato di prima categoria sul campo del modesto San Marco. Un post capace di trasmettere, a chi lo legge, tutta la passione e l’amore nei confronti della propria squadra da parte di chi ha fatto della Folgore una ragione di vita. L’autore di questo post è Maurizio Ferrario, a cui il sangue nelle vene scorre di colore rossogrigio, una vita trascorsa nella società ora presieduta da Idine Mocchetti, dapprima come giocatore ed ora come dirigente.

     I suoi scritti hanno sempre un che di romantico e d’altri tempi, sempre improntati all’ottimismo ed all’appartenenza ad un gruppo che ha ottenuto negli ultimi anni brillanti risultati grazie ad un giusto mix di qualità tecniche, atletiche e morali che hanno fatto della Folgore una società da prendere come modello di calcio pulito e nostrano.

Tutto questo sino a domenica sera, momento in cui è apparso il post in oggetto: mai sentito un Ferrario così, deluso, amareggiato, quasi arresosi davanti alle tante avversità che hanno contraddistinto l’ultimo periodo ed è per questo che lo abbiamo voluto sentire per farci spiegare le sue parole, in cui traspare chiaramente uno scoramento dovuto a tanti fattori.

“La sconfitta di Busto Arsizio – è Ferrario che parla - è stata la classica goccia, che mi ha portato ad esprimere il mio pensiero in un momento di difficoltà non solo dovuto a quanto avviene sui campi. E’ vero che la squadra ha evidenti problemi, nonostante gli sforzi societari manca un giocatore guida che dia il giusto input ai propri compagni, solo quando andiamo sotto troviamo le forze per reagire. Quest’anno abbiamo perso tante partite a causa della mancanza dello spirito che ha sempre contraddistinto la Folgore, se ci specchiamo nelle individualità di uno o due giocatori non andiamo da nessuna parte. Potremmo giocarcela alla pari con tutti, anche con la capolista Solbiatese perché avremmo tutti quegli stimoli che invece con squadre di bassa classifica non riusciamo ad avere, abbiamo battuto il Ferno, l’Ispra, la Turbighese, tutte squadre di prima fascia e non è una scusante il fatto che ci manchino diversi giocatori per infortunio od altro”.

Quando Maurizio Ferrario si riferisce ad “altro”, gli chiediamo cosa sia.

“Ci è stato squalificato un giocatore per otto giornate perché sul rapporto arbitrale risulta che siano state proferite delle frasi razziste. Abbiamo interpellato il giocatore avversario in questione che ha smentito la tesi del direttore di gara, eppure l’AIA non ha neppure preso in questione il nostro reclamo. Il baluardo della nostra società è la correttezza, da sempre vestire la maglia della Folgore significa attenersi ai valori della realtà civile, essere stati così pesantemente puniti per un fatto non avvenuto ci mortifica “.

Infine non poteva mancare un giusto e doveroso riferimento a quanto avviene nelle strutture sportive legnanesi: “La situazione campi a Legnano è nota a tutti, dico solo che è inaccettabile che una squadra di prima categoria sia costretta ad allenarsi dovendo dividere il campo a metà con la Robur, non c’è nessuna disponibilità al dialogo da parte delle strutture preposte nel trovare soluzioni”.

La chiusura di Maurizio Ferrario lascia però qualche speranza di poter venir fuori da questo difficile momento: “Sono impotente e demoralizzato ma non deluso, vedo la fatica che giocatori e dirigenti fanno giorno dopo giorno, ci rimane un’unica arma da poter usare, quel furore agonistico che da sempre contraddistingue chi la Folgore l’ha tatuata sulla pelle, se nella squadra scatterà quella scintilla che ci permetterà di tornare ad essere quelli che il nostro DNA dice che siamo, i risultati arriveranno. Noi non ci arrendiamo, da dietro la scrivania o sui campi di gioco, la Folgore è e sarà sempre una società in cui i valori morali e l’appartenenza a questo gruppo sono i perni del nostro modo di intendere il calcio”.

(Sergio La Torre)