Questo sito utilizza cookie per le proprie funzionalità, se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Chiudendo questo banner o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Roma: una pellicola... Capolavoro

La notte scorsa, a Los Angeles, sono stati assegnati i più importanti riconoscimenti cinematografici, gli Oscar (qui un nostro servizio). Uno tra i film con più candidature è stato Roma di Alfonso Cuarón , pellicola che ha già conquistato tutto il mondo vincendo premi, come ad esempio il Leone d’Oro al Festival di Venezia 2018 nella categoria più importante della rassegna, ed anche il sottoscritto.

Questa pellicola è in lizza per le statuette più importanti e tutte queste nomination sono state guadagnate con merito. Caratteristica molto importante è sicuramente la produzione, targata Netflix, il colosso di streaming che entra di diritto tra i big di Hollywood dal piccolo schermo. Roma non è la solita pellicola di qualità discutibile prodotta da Netflix. A questo giro hanno realizzato un ottimo film che molte altre grandi case di produzione avrebbero fatto carte false per averlo tra i loro titoli.

 Va detto che chi vi scrive adora il “modo di usare la camera” di Cuarón, non lo scopro certo oggi. Un Oscar come miglior regia l’hai già sul comodino di casa, con quel Gravity (2013) che ha diviso la critica, tra chi urlava al miracolo di grande tecnicità e chi la criticava per avere una trama debole. Curiosità: negli ultimi 5 anni, l’ambita statuetta come Miglior Regista è andata per 4 volte ad un cineasta messicano ed è stato proprio Cuarón il primo a vincere questo prestigioso premio, l’apripista di una generazione d’oro insomma.

Ma torniamo a parlare di Roma. Siamo a Città del Messico, tra il 1970 e il 1971. È la storia di Cleo, domestica di una famiglia benestante, che all’apparenza può sembrare la tipica famiglia “del mulino bianco”, ma non tutto ciò che luccica è oro. Aggiungiamo che all’improvviso la protagonista scopre di essere incinta ed il padre della creatura non ne vuole sapere. Come può finire secondo voi?

Non aggiungo altro, ve lo lascio scoprire.

Ma quindi stiano parlando di un film semplice? Certo che no!

Il regista messicano ci ha abituato a film molto complessi ed anche questa volta non è da meno. Lontano dalla pellicola che l’ha reso uno dei cineasti più importanti, parlo di Gravity, in questa storia Cuarón si rimbocca le maniche e ci fa vedere un lavoro umile ma al tempo stesso ricco di ricercatezza.

Ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni location, ogni attore ha una sua profondità che arricchisce molto il racconto. Nulla è lì per caso, anzi. Il cineasta mina tutto il film di dettagli importanti per poter comprendere in toto la storia.

Alcune scene sono da cineteca paradisiaca. Personalmente, a volte sono rimasto a bocca aperta. L’eleganza è la padrona.

Devo assolutamente citare i movimenti di camera, in particolare le panoramiche che in ogni scena ci mostrano l’ambiente. Una macchina in continuo movimento che ci svela a poco a poco lo scenario in cui ci stiamo immergendo. L’apice lo si raggiunge nei piani sequenza, quest’ultimi sono il marchio di fabbrica del buon Alfonso.

Altra caratteristica fondamentale è il bianco e nero, dal fascino mai banale. Durante tutto il film non ho sentito la mancanza del colore, questo ci fa capire che è stato un lavoro davvero accurato. Cosa che rende ancora più affascinante la fotografia è che è stata realizzata dallo stesso regista. Questa pellicola è il mix tra il cinema di una volta e quello contemporaneo.

Altra curiosità: se andiamo a vedere i precedenti di Cuarón alla fotografia dobbiamo tornare al 1989, anno in cui tra gli altri nasceva anche il sottoscritto. Il cineasta messicano viene accreditato della direzione della fotografia di una serie Tv messicana, Hora Marcada, ma, con tutto il rispetto per la serie, possiamo anche non prenderla in considerazione. Di fatto questa è la sua vera prima volta in questo ruolo. Secondo voi è stato nominato agli Oscar per questo ruolo? La risposta è ovvia. Certo che sì!

Ma oltre alla regia e alla fotografia cos’altro ha fatto il regista in questa pellicola? Montaggio, sceneggiatura e produttore.

Il film è in lingua originale, in spagnolo, con sottotitoli in italiano. Questa scelta la trovo molto azzeccata, perché non perdiamo l’originalità della recitazione e viviamo l’esperienza cinematografica nuda e cruda.

 Aspetto fondamentale è la recitazione. La messa in scena è magistrale. Ogni singolo attore, protagonista e non, si muove in maniera perfetta e fa diventare la scena molto credibile, soprattutto nei frequenti piani sequenza. Da mettere in evidenza la performance della protagonista, Yalitza Aparicio Martínez, passata da essere una semplice maestra d’asilo a candidata come Miglior Attrice Protagonista agli Oscar. Direi proprio niente male per la giovane di Heroica Ciudad de Tlaxiaco. Nomination meritatissima per un ruolo per nulla facile. Bisogna fare anche i complimenti a Cuarón per averla diretta, ma soprattutto a lei per averci regalalo una bella performance da attrice navigata. Nella stessa categoria sono state nominate personalità del calibro di Glenn Close e Olivia Colman, probabile vincitrice della statuetta dorata. Un bel aneddoto da raccontare, tra qualche anno, ai nipotini.

Infine, se devo trovare un difetto alla pellicola potrebbe essere quello della velocità del racconto. Questa problematica la troviamo solo nella prima parte del film, ma è giustificabile dalla presentazione dei personaggi.

Come ogni opera d’arte, c’è chi apprezzerà e chi no.

Ma tutte queste parole sono superflue davanti a questa pellicola. Ne basta solo una: CAPOLAVORO.

(J.J. Bustamante)