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“C’era una volta a...Hollywood": la nona sinfonia di Tarantino

Tarantino si presenta nelle sale con un film dal sapore metacinematografico, per gli amanti di cinema il massimo della libidine. 

Ma procediamo con calma. Prima di tutto cos’è il metacinema? 
È quel cinema che, consapevole di sé, delle proprie strutture e dei propri stili, dei propri meccanismi produttivi ed economici e della propria storia, decide di scoprire l'inganno, di rivelare il trucco”. Così riporta Wikipedia ed è proprio così. In questa pellicola continuiamo ad entrare ed uscire dal film, che a sua volta è inserito all'interno di un’altra pellicola. Questa è la premessa ed è anche la mossa vincente del regista italoamericano. 

Siamo nel 69’, Rick Dalton (Leonardo Di Caprio), attore televisivo, sogna il grande salto nel cinema che conta, invece sembra essere giunto a fine carriera. In suo aiuto arriva il produttore Martin Schwarz (Al Pacino) che gli propone di girare western italiani, films che Dalton odia ma che saranno la sua unica possibilità per restare a galla. Rick fa coppia con Cliff Booth (Brad Pitt), la controfigura di Dalton, anche lui ormai lontano dal set.
Sullo sfondo Sharon Tate (Margot Robbie), giovane attrice talentuosa e moglie del regista Polanski, famosa ai più per essere stata una delle vittime della famiglia Manson.

        Il film ha un durata di 161 minuti, ben due ore e quarantuno minuti, ma posso dirvi che ogni singolo minuto è da grande cinema. 
Grandi citazioni, tecnica, interpretazioni di alto livello. 

Capolavoro? La sensazione alla fine si può condensare in un paio di domande: “Questo è un gran film, ma il finale? Così sembra più una parata di grandi attori e basta. E poi Sharon Tate muore?”. 

Credo che sia stata pubblicizzata troppo l’idea che la famiglia Manson entrasse in azione, ma in pratica è ai margini del film. La storia su cui si incentra la pellicola è quella del duo Di Caprio/Pitt, personaggi ben costruiti, efficaci come in pochi altri ruoli in passato. 

Se il finale non è dei migliori, tutto il resto è di grande livello. Sia chiaro, la parte finale l’ho amata, fino ai titoli di coda. Questo film ha un grande fascino, ha il potere di non annoiare mai. Scena dopo scena, ho sentito il desiderio di rimanere in quella Hollywood del '69, magica e affasciante. 

Ricostruita appositamente per il film, è merito del gran lavoro della scenografa Barbara Ling che ha dovuto in molti casi ripristinare da zero le facciate di locali ormai distrutte. Tarantino ci ha messo tutto se stesso. 

Questo è il film di uno che ama il cinema, il suo personale omaggio ad un cinema che non c’è più. 

Per molti la pellicola risulta lontana dai sui capolavori precedenti, inconcludente e fine a se stessa. Forse, ma, per me, quella di Tarantino è una vera e propria lezione di come si fa cinema di alta qualità.

Se vi aspettate un film splatterone, com’è nello stile del regista, non sarà così. O meglio, ogni cosa è al proprio posto, chi vuol capire capisca. 

Da segnare una lunga colonna sonora, tutta di grande livello, in perfetta sintonia con l’epoca. 

La critica si è divisa, tra chi lo considera un capolavoro e chi non lo apprezza. Io, personalmente, applaudo un lavoro raffinato che, credo, vedrò e rivedrò.

Voto: 8 

Con un finale migliore la valutazione sarebbe stata decisamente più elevata. Ora non ci tocca che aspettare il decimo e ultimo film di Tarantino, così almeno dice lui.

(J.J. Bustamante)